Ci sono momenti in cui il silenzio pesa più di qualsiasi dichiarazione. Momenti in cui si sente il bisogno di fermarsi e riflettere su quello che il calcio è diventato.
Da oltre vent’anni dedico una parte importante della mia vita alla Boys Vairano. Un percorso fatto di sacrifici, entusiasmo, delusioni, vittorie e sconfitte, ma soprattutto di amore per questo sport.
Quando nel nostro territorio il calcio viveva un periodo difficile, la Boys Vairano è stata una delle poche realtà capaci di resistere, di accogliere giovani, di valorizzare talenti e di costruire qualcosa che andasse oltre il semplice risultato della domenica. Abbiamo sempre cercato di rappresentare un’idea di calcio fatta di appartenenza, serietà e passione.
In tutti questi anni non ho mai avuto interessi personali.
Non ho mai guadagnato da questa esperienza. Anzi, spesso ci ho rimesso tempo, energie e risorse economiche. Non sono un imprenditore che utilizza il calcio per ottenere vantaggi. Non sono un politico che cerca consenso attraverso una società sportiva. Non ho mai visto il calcio come uno strumento di potere o di convenienza.
Per me è sempre stato soltanto una straordinaria forma d’amore.
Ed è forse proprio per questo che oggi provo una profonda amarezza.
La delusione più grande non nasce dalle sconfitte sul campo, dalle difficoltà economiche o dagli ostacoli che una società dilettantistica affronta ogni giorno. Quello che pesa davvero è la sensazione di aver dedicato vent’anni della propria vita a trasmettere un’idea di calcio fondata sui valori, sul rispetto, sul senso di appartenenza e sul sacrificio, e accorgersi che quel messaggio, forse, non è arrivato fino in fondo.
A volte mi chiedo se tutti i sacrifici fatti abbiano davvero lasciato qualcosa. Se le rinunce, le notti insonni, il tempo sottratto alla famiglia, le risorse investite e le energie dedicate a questo progetto siano riuscite a seminare quei principi nei quali ho sempre creduto.
Quando vedi che, troppo spesso, prevalgono la convenienza, l’interesse del momento e la ricerca dell’offerta migliore, è inevitabile domandarsi se qualcosa, lungo il cammino, sia andato perduto. Non provo rabbia. Provo tristezza. Perché avrei voluto che chiunque attraversasse questa società portasse con sé, prima ancora dei ricordi di una stagione o di una vittoria, il valore della lealtà, della gratitudine e dell’amore per una maglia.
Non è una critica verso qualcuno in particolare. Ognuno è libero di fare le proprie scelte. È una riflessione su una mentalità che, lentamente, sta cambiando il volto del nostro calcio.
Quando il denaro diventa il principale motivo delle decisioni, il calcio perde una parte della sua anima. E quando si perde l’anima diventa sempre più difficile costruire progetti solidi, creare identità, investire sui giovani e immaginare un futuro che duri nel tempo.
Io continuo a credere che una società sportiva debba essere prima di tutto una famiglia, una comunità, un luogo dove si cresce insieme. Forse è un’idea romantica. Forse è fuori moda. Ma è la stessa idea che mi accompagna da oltre vent’anni e che continuerà a guidare ogni mia scelta.
Se un giorno dovessi smettere, non sarà per la fatica o per le difficoltà. Sarà perché avrei la sensazione di aver perso la battaglia più importante: quella di dimostrare che nel calcio si può ancora scegliere con il cuore prima che con il portafoglio.
Perché i risultati passano, le categorie cambiano e le persone vanno e vengono.
I valori, invece, dovrebbero restare per sempre.
E continuerò a difenderli finché ne avrò la forza, anche se questo, oggi, significa sentirsi sempre più solo.
C’è poi un’altra riflessione che sento il bisogno di condividere.
Forse abbiamo smarrito il significato stesso della parola dilettantismo. Essere un calciatore dilettante non dovrebbe mai voler dire svolgere un lavoro. Dovrebbe significare praticare uno sport per passione, per appartenenza, per il piacere di indossare una maglia e rappresentare una comunità.
Nessuno mette in discussione il diritto di ricevere un rimborso per il tempo dedicato, per gli spostamenti o per i sacrifici che questo sport comporta. Ma quando sento parlare di cifre che, per molti lavoratori, rappresentano il frutto di un mese di quaranta ore settimanali in fabbrica, mentre nel calcio dilettantistico si parla di poche ore di allenamento e di una partita, non riesco a non provare disagio.
In un Paese in cui tante famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, vedere il dilettantismo trasformarsi sempre più in un mercato fatto di offerte, rilanci e aste economiche mi fa riflettere profondamente. Non perché chi riceve quelle cifre debba essere giudicato, ma perché temo che si stia perdendo l’essenza di ciò che il calcio dilettantistico dovrebbe rappresentare.
Il rischio è che, inseguendo sempre e soltanto il valore economico di una maglia, si finisca per dimenticare il valore umano di quella stessa maglia. E quando succede questo, il calcio perde la sua identità e diventa semplicemente un altro mercato.
Interroghiamoci sulla direzione che stiamo prendendo, e decidiamo cosa vogliamo farne di questo grande sport che dovremmo amare tutti. Anche se non ne sono più tanto convinto.


